romanzo

L’epica (anche un po’etica) del deviante: Sado Lesbo Rock di Filippo Pace

“Sado lesbo rock. Epica del deviante”, Filippo Pace
Editore: Bibliotheka Edizioni
Prezzo: 13,60 €, eBook: 4,99 €

Poteva essere una storia ambientata nella fumosa Londra, o nel Quartiere Pigalle di Parigi; percorrere le strade di Chicago o quelle di Gotham City. L’epica non ha luogo, non ha tempo: è messa in scena della fantasia di un popolo, dei miti e delle leggende che lo caratterizzano. Da questo punto di vista, Sado Lesbo Rock di Filippo Pace mantiene ciò che promette. Il crocevia di storie narrate da Pace sono già, in qualche modo, nel nostro immaginario e le storie dei protagonisti così estreme da essere quasi allegorie di altro.

A partire dallo Scorpione, protagonista da manuale, tormentato come tutti gli eroi: un killer professionista, intriso di un’umanità dolorosa che porta il lettore a identificarsi con lui: l’amore per Annabella ne svela tenerezze e fragilità, il senso del dovere che lo trascina in un’Odissea senza fine richiama i conflitti interiori che ognuno di noi, a vari livelli, vive. Fare quello che è giusto o fare quello è necessario?

Lo Scorpione fa sempre quello che è necessario. Attorno a lui vivono una serie di personaggi, talmente estremi da essere quasi maschere: la scelta dell’autore di attribuire a buona parte di essi uno pseudonimo “animalesco” – il che li identifica come membri di un gruppo – contribuisce a costruire il senso delle straordinarietà delle loro vicende, che scorre: e qui forse c’è il vero colpo di genio – in qualche anonima provincia italiana, forse un operoso nord est, forse la periferia di una grande città.

Ed è proprio in questa realtà italiana – che riusciamo ad identificare come tale solo per i nomi dei protagonisti e per quel velo di perbenismo che caratterizza così esattamente il comune sentire – che prende il via una catena di omicidi così sensazionali da non trovare posto neppure sui giornali perché, come presto sarà chiaro, rivelano perversioni e trastulli devianti di diversi colletti bianchi.

Un oltraggio al comune senso del pudore che fa parte del nostro comune sentire e che trova nel Fight Club al femminile “I pugni e le Rose” la sua perfetta espressione: donne bellissime e sensuali, addestrate per uccidere, che lottano per gli occhi di ricchi clienti. Sesso e violenza che fanno da sfondo al primo omicidio:  quello della sensuale e potente Kristine, la “vittima 0”, che nel corso della storia indentificheremo con la Mantide.

E qui si apre il primo filone della storia, quello della Casa nel Bianco Profondo, una sorta di casa per bambini smarriti dove gli abitanti, perlopiù ragazze preadolescenti, imparano le arti della lotta e a indurire il loro cuore. A unirle è una cicatrice a forma di spirale sulla caviglia e l’appartenenza a un gruppo militare che diventerà la loro famiglia. Tra loro si chiamano con nomi di animali. Un gruppo crudele ed esclusivo che prevede anche la presenza di uomini: una grande famiglia, nella quale possiamo intuire la presenza di più generazioni.

Con l’omicidio di Kristine, sembra propagarsi come un virus tra i membri della Casa oggi adulti e autonomi, la follia omicida: chi ucciderà chi? Lo Scorpione, primo dei membri della famiglia ad aver ricevuto l’ordine di uccidere, si troverà a propria volta nel mirino dei propri compagni, in una guerra dove il desiderio di appartenenza e la lealtà al gruppo di origine lotta contro un Sistema dove la prima regola è “Fai quel che ti viene detto, anche se non sai perché”.

Il secondo filone della storia è quello delle indagini ufficiali, ad un certo punto sospese per ipocrite ragioni e riprese per desiderio di verità dal Vicecomissario Vitale, un triste ma affascinante single dilaniato dal ricordo della propria ex. Vitale, assieme al Commissario Malerba, tenta di entrare in una storia che fin dalle prime pagine appare priva di appigli ad un mondo “reale”: cosa significano le cicatrici che sembrano fiorire all’improvviso sulle caviglie di tanti morti ammazzati?

Vitale, disarmato dalle istituzioni, cerca la sua strada con il goffo supporto di Elisa De Marzio, la maitresse de I Pugni e Le Rose: il giovane vicecommissario e l’ormai matura signora, asincroni, incapaci di comunicare, di fatto impossibilitati nel trovare la verità, appaiono tuttavia inseparabili fino ad una iperbolica fine, grottesca quanto i tentativi della De Marzio di nascondere l’incipiente senilità.

 Solo nelle ultime pagine di Sado Lesbo Rock sembra rivelarsi la spiegazione di tanti omicidi: un finale quasi biblico, che rievoca la decisione di certe divinità capricciose di ricominciare il mondo daccapo.

L’opera di Filippo Pace conferma il talento di uno scrittore che al di fuori delle favole dark lavora nel mondo della conoscenza: l’eleganza dell’eloquio e la capacità di mantenere in vita più storie nello stesso romanzo ne dimostrano la capacità di scrittura e la profonda conoscenza delle strutture narrative.

Sado Lesbo Rock è un libro che racconta del desiderio di ognuno di noi di trovare la propria casa, la propria famiglia: un sogno che non viene meno neppure quando la degenerazione della fratellanza genera mostri.

Lo chiamano Familismo Amorale: Pace sembra chiamarlo, in qualche modo, vita.

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